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Valani. Gli ultimi schiavi
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In scena il 5 maggio il nuovo spettacolo teatrale della Solot con i Sancto Ianne 

Di Luigi Furno 

La fame, come la cecità, è un male che arriva gradatamente, che attanaglia gradualmente il corpo e che offusca la mente.

Il 5 maggio al Teatro Comunale si parlerà di valani.

“Ci sono ore antiche che sono rimaste più vicine a noi di altre, di date assai più recenti. Così, non è definitivamente assurdo, nonostante vossignoria dovrebbe assaporarle tali, sentirsi lontano nel tempo considerando appena lo ieri, e magari un medioevo appena percepito essere quest’oggi o trenta anni fa, o quaranta, cinquanta, sessanta. Molte cose sono importanti ma mancano di nome. È così la storia, l’antropologia, la vita tutta gli ha concesso un nome; sommando dolore ad altro dolore, medioevo a altro medioevo, fame ad altra fame, questo pregiudizio ad altri pregiudizi. È il nome erano i valani.

Ma chi erano i valani? Bambini schiavi venduti come merce al mercato. Per un quintale di grano e millecinquecento lire all’anno affitti tuo figlio per lavorare nelle stalle. Perché la fame attira altra fame. Perché l’ingiustizia attira altra ingiustizia. Il povero deve avere un tristo amore per l’onesta. Ma è un amore platonico, formale,  perché la vita gli ha sconquassato anche solo la possibilità di avere ragione e di essere nel giusto.

 In quella direzione, vossignoria, ma molto verso il basso, c’è un posto. C’è un crocicchio. Due strade che si dividono ad angolo retto; una porta in un luogo a vostra scelta, l’altra in piazza Orsini della città papale di un tempo, il 15 Agosto di un sessant’anni fa, nel giorno dell’Assunta. Diritto in fondo al cuore del Duomo, dove gli uomini di chiesa potessero disapprovare o approvare, a secondo dei capricci e all’ordine del gusto. L’ho detto ma vossignoria non l’ha sentito. E non torni a parlare di questo nome, dei valani. E quel che le chiedo. Un posto senza dove, perché non è geografico ma cronologico. Posti così sono semplici – non danno nessun avviso. Adesso: quando passo di la, mia nonna si segna la fronte con la mano destra perchè il male e il bene stanno in chi fa, non nell’effetto che producono.

Vossignoria può andarci, e vederlo. E un luogo nel tempo. Io ci vado. Sembra che oggi non ci abiti più nessuno. Le case sono vuote. C’è perfino una casa a due piani. Sui leoni rampanti della facciata della chiesa c’è venuta l’erba, quando uno entra si sente lo svolazzare stracciato dei pipistrelli. È poi, inizi a vedere quei bambini che vengono dalle campagne, si strofinano contro le pareti. Che rubano solo una cipolla e picchiati a sangue si coricano. Stanno all’ombra. Bestie che custodiscono molti freddi nel corpo. Di sera, i pipistrelli cominciano a ricoprire i loro corpi di fazzolettini neri. Nei loro giacigli nelle stalle. Merletti funerari. Quando si spara un colpo, i cani latrano per molto tempo. In ogni parte succede questo. Ma quei cani oggi sono selvatici, come quei bambini che debbono andare a caccia del loro cibo. Cani e bambini che hanno già leccato molto sangue. Eppure lo spazio è così silenzioso. Vossignoria non mi chieda niente, cose di questo genere e bene non chiederle.

Nella vita reale, vossignoria, le cose finiscono con meno ordine, molta meno poesia, manco finiscono. Meglio così. Lottare per il perfetto, produce errori contro la gente. Non si voglia. Vivere è molto pericoloso”...

 Ho voluto così, con un mezzo racconto, riassumere tutte le suggestioni che Antonio Intorcia e Michelangelo Fetto, della compagnia teatrale Solot, hanno saputo trasmettermi parlando del loro prossimo spettacolo “Valani”, in segna il 5 maggio al Teatro Comunale, coadiuvato dalle belle musiche di Sancto Ianne. Il mercato dei valani, diffuso in molte regioni del Sud Italia, il più delle volte in forma clandestina fino agli anni Sessanta, si svolgeva a Benevento, ogni 15 agosto. I ragazzi, tra  10 e i 15 anni, erano ingaggiati per un anno: dall'otto settembre all'otto settembre successivo. La compravendita pattuita con i genitori, conclusa per qualche migliaio di lire, prevedeva anche il vitto, ossia un certo quantitativo di pane. La vita dei valani era durissima, costretti a dormire nelle stalle anche solo tre ore a notte per occuparsi degli animali. Seguendone in tutto il loro ritmo di vita. Il 15 agosto potevano tornare in piazza per essere venduti a qualcun altro. Da un lavoro di una giovane studiosa, Elisabetta Landi, studio da cui ha preso spunto anche l’opera della Solot, riportiamo il racconto di vita della compravendita di Vito Maio, classe 1930, “I padroni giravano attorno ai bambini, in mezzo alla folla, e uno mi s'avvicinò. Aprii la bocca. Voleva vedermi i denti e io glieli fece vedere. Poi mi toccò le braccia e i muscoli, per capire se stavo bene in salute, e siccome io stavo bene, mi comprò. Per un anno. S'accordarono per un quintale di grano e millecinquecento lire. Poi si comprò pure mio padre. Per lui erano 6 quintali e 6mila lire. Per me fu una sofferenza indicibile: avevo appena terminato la quinta elementare, ero il capoclasse, volevo continuare a studiare”.

Il 5 maggio, quindi, andrà in scena “Valani”, un modo saggio per non chiudere gli occhi di fronte al vero folklore che non è la sacra della pasta e fagioli.

     

 

 

 

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