| Un live jazz per il primo album di Vincenzo Saetta |
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| Notizie - Cultura | |||
| Domenica 19 Febbraio 2012 21:02 | |||
Il sassofonista sannita presenta "Ubik" al Teatro De Simonedi Luigi Furno - Foto Michele Sabella “Il miglior modo di chiedere una birra è gridare: Ubik! Frutto di malti selezionati e acqua di prima qualità, invecchiata lentamente per ottenere un sapore perfetto, Ubik è la birra numero uno nel paese. Prodotta solo a Cleveland”. (UBIK, Phillip K. Dick)
Da quasi un secolo ormai la musica jazz si è sdoganata dall’idea dei canti di lavoro dei neri d’america. I bianchi l’hanno colonizzata trasformandola nella loro musica colta, avvolte talmente colta da trasformarsi in un sperimentalismo ultra meta-musicale per pochi eletti.
Non è il caso di Vincenzo Saetta, sassofonista nata a San Giorgio del Sannio, che ha presentato il suo primo album “Ubik” al Teatro De Simone, evento patrocinato dal Comune di Benevento e dall’assessorato alla Cultura.
Il nome che ha scelto per l’album, a dire di Saetta, gli è stato ispirato da un romanzo del 1969 di Philip K. Dick, una delle opere più sconcertanti dell’autore per la sua carica visionaria e la capacità profonda di vivisezionare l’annullamento dell’identità umana nell’ubiquità del pericolo dei cloni.
“Ubik”, scrive Saetta, “è un lavoro che racchiude diverse sonorità: lo stesso titolo Ubik sta a simboleggiare lo spaziare in diversi stili musicali nello stesso tempo, un tempo che diventa un unico suono di jazz. Melodico con toni europeisti, questo lavoro è frutto di varie esperienze musicali. Due sono le ritmiche che accompagnano questo viaggio sonoro dando propulsione all’improvvisazione”.
La sala del teatro De Simone era piena in ogni ordine di posto, con gente seduta anche sui gradini di marmo, con il rischio di trasformare il tutto in un radicalismo chic da evento mondano di provincia. L’umanità del pubblico era varia, dalla straripante presenza della Benevento che “conta” faceva da contraltare quella che a “contare” non ha ancora imparato. Quest’ultima venuta sicuramente per la musica e non per il walzer dei saluti importanti. La quadriglia comandata è un pericolo che sempre si rischia negli eventi ufficiali. Ma spente le luci e accese sul palco, è entrato lui con la sua voce e la sua musica, diradando tutte le ombre. Si spegne la quadriglia e si dà voce al jazz.
Di lui il grande musicista Bobby Watson dice: “Le sue composizioni sono sofisticate ed al tempo stesso, molto affascinanti per un ascoltatore medio. Questa è la caratteristica del grande jazz. Ci sono diverse influenze musicali nel cd, ma al di sopra di tutto c’è la visione personale è il sound di Vincenzo. Questo è il segno di un vero artista”
Se lo dice Bobby Watson, uno che di jazz un po’ ne capisce, sarà il caso di fidarci.
E, allora, come nell’epigrafe di Dick possiamo dire: “Il miglior modo di chiedere un po’ di jazz è gridare: Ubik”.
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