| L'EDITTOREALE. La movida spara al buttafuori, noi sappiamo perché |
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| Notizie - Satira Politica Locale | |||
| Sabato 18 Febbraio 2012 16:04 | |||
Esercizio di stile o solo un modo per riappacificarsi col proprio desiderio?di Luigi Furno Vediamo di alzare il tiro. La cosa è presto detta: “intorno alle 3.30 di questa notte, un addetto alla sicurezza di una discoteca ha fermato l'ingresso al locale ad alcuni giovani che erano in evidente stato di ebbrezza alcoolica. Questi sono tornati, poco dopo, ed uno di loro ha imbracciato, addirittura, un fucile. L'uomo della sicurezza ha avuto il sangue freddo di afferrare la canna del fucile prima che da questa partisse il colpo”. (Gazzetta di Benevento) Sul profilo Facebook dell’attentatore abbiamo trovato questo post: “Eccomi qua, pronto, bello fresco e “ingagliarduto”. Sono pepato e frizzicarello come una bottiglia di Bonarda dell’oltrepò pavese. La camicetta, ce l’ho, col collo alzato come si porta. Lo slippino del dolce gabbiano, ce l’ho! Lo scarpino di vernice bello lucido che manco Marco Pantani sulla salita dell’Abetone aveva, ce l’ho! Sono pronto. Tesoro mio, mimetico. Pronto alla battaglia. Tesora mia, domani nella battaglia pensa a me. Sono pronto. Mi porto pure il fucile a baionetta del nonno, che se non sparo almeno le inforco le quaglie. Stasera sono di caccia, sparo alle passere e inforco gli uccelli”. Nella sua borsa un diario. Questo è quello che c’era scritto: “Una sfumatura fatta di schegge impazzite e polline acido spruzzato sulle conchiglie impresse sulle interiora gelide di un cetaceo che divora se stesso, questa sarà la mia movida. Un Desiderio ma non un sogno. Un trip allucinogeno ma senza acido. Papà dice che rovina i tubi dello scarico del lavandino e mamma non lo compra più. Di muriatico ce n'è ancora mezza bottiglia nel bagno, io ogni tanto mi faccio un cicchetto per spurgarmi l’anima. “CERCA UNA PASSERA, SE LA TROVI, LA TROVI ARROCCATA SULLA CIMA DI UN LAMPIONE. SOLA PER SEMPRE. ALLORA COSA DITE, LA CERCHIAMO?” (messaggio da spedire a tutti i giornali e le radio dell’interzona) La spianata lastricata di nero per scivolare bene quando balliamo si estende in ogni dove, in direzione oblique, diverse dunque. È un deserto di ghiaccio secco la vita, per annacquare i cuccia-cocktail. Al mattino la nebbia è soffusa… il sole arroventa i corpi nelle ore calde…. il crepuscolo trascina visioni quadrangolari… no, la notte impacchetta, opprime, ingabbia. Benevento c’è! Benevento rappresenta malament! Benevento scompare in un rapporto finale, in un gamete on/off, in una logica binaria: 11110010010000011110100110100101100100100100100000100 101110101001110100010010000100001011110101001010010011 1101010110100100101011001001011001010010000… ecc… *** Il viaggio di una vita possa raccontarmi perché, se voglio, sono rimasto sempre con me incidendomi ad armi pari. L’elenco che ne seguì, se non ricordo male, si trascinò con me nel trapassato… umore stordente, sovraccaricato. Il silenzio può tutto, ed eccolo: 1° ----- il tutto e il nulla mi punge. 2° ----- farò un terremoto verista. 3° ----- non si è mai detto niente, sono troppo numeroso che vi farò fuori. 4° ----- ASSISTENZA¬¬___farò tremare la terra. Tutta, ne poca ne troppa ma abbastanza. 0 ----- sparerò sul buttafuori, niente da dire… *** «Tlin, tlinnn, ha ha aaaa aaaaaa aaa aaa». Buio… teschio al centro… occhi illuminati… candele sfavillanti… rumori altrove. La proiezione vespertina ci indica che è giunta l’ora glorificata, l’ora della messa in opera della grande arte venatoria. “LA PASSERA HA MORTE CERTIFICATA, L’ATTENDE L’ATTESA DELLA TUA VENUTA” . Esplode da tratto a tratto. Ampliofono. «Fuu-uuuuuuuuuuuuuuu». Un lungo incolpevole sospiro omofono della massa di uccelli mosci esplode impregnando l’eco-spazio sonoro. Volere o non volere è normalmente un fatto di scelta, qui non si sceglie si mette in atto il volere di sua magnificenza la Desiderata Speranza. D’alto del personal-aveolo-cubicolo la vista si sperpera all’orizzonte. Non c’è un niente da vedere, mai stato niente, da sempre. Debbo ammettere che ogni tanto il freddo all’apertura punge come un ago ipodermico, ma passa subito quando il tepore della grande caccia alla Passera formicolizza il grande Acquario. Esplode ancora l’ampliofono: “ALVEOLI CUBICOLARI, CUBI INNUMERATI, ESSERI RIANIMATI, AFFIANCATI AI QUATTRO LATI: SIETI LI-BE-RI!!!!”. E struummm… Si apre la forzatura castrante. Liberi, finalmente liberi. «Siamo liberi!!!» facemmo tutti in coro. «Sia fatta la sua sacrosanta volontà alveare», profetizzai contemporaneamente io, solo io. (Scusate, io sono il vostro Desiderio) Questa sera brindiamo sconci coi malti doppi, liquori e spumanti, intesi a ballare attorno alla futura sagoma a terra del buttafuori. Violeremo le membra giovani di donne con labbra bisce viscide a squami. Poi si accorgeranno tardi e sbadate che tipo di mostri fossimo io, Giovanni e Pietro. Sulle punte calibriamo e carichiamo l’otto nero senza giocare a carambola. Davanti alla Disco tolgono la roba monnezza ai derelitti capitati nel frullo, il capo non ci fa entrare, dice che siamo troppo ubriachi. Un’iniezione di adrenalina pura ci fonde in un corpo solo dalle innumerevoli teste vuote, e io sono il fulmine. Corro in macchina e con il fucile del nonno faccio fuoco su di lui. Il buttafuori è colpevole. Giuseppe, mio padre, aveva la barba rossa e i capelli biondi lunghi e stringeva la mamma sul prato distesi quatti a gattoni sulla stuoia, capelli castani avvolgevano gli zigomi orientali sul viso felino accentrato dal naso perfetto e gli occhi celesti e le labbra foglie di rosa appoggiate alle guance ruvide. Io sono stato così per lungo tempo, un fulmine. Sparando al buttafuori ho rivisto questa immagine. La foto era sopra l’armadio degli indumenti, per sempre un incubo fu per me quest’ermo collo di gallina variopinta di stracci e piume cangianti. Stringevo la cornice e piangevo, piangevo e sbattevo la porta del mio bagno fino a slogarmi il braccio. Cadevo con la testa sul cuscino e lentamente morivo. In quei giorni felici attendevo qualcuno che mi facesse visita… vestito di nero e con la falce… mi mietesse. Questo è l’unico ricordo che ho dei miei genitori. Papà lo diceva sempre ai genitori dei miei amici: “Se i vostri figli alle 2, alle 3, alle 4, alle 5 del mattino non sono a casa ma per strada la colpa è vostra. Svegliatevi (se riuscite a dormire), vestitevi e andate a riprenderveli. Prima che sia troppo tardi, prima che si rovinino la vita perché un idiota pieno di alcool si è portato dietro un fucile e spara tra la folla”. Ho fatto fuoco e sono ubriaco. Papà ti ho tradito Non ballo sulla pista con nessuna attrice famosa, cionco non volo con le ali spiegate a fendere il puro vento tagliato sulle colline, io sono il fulmine comunque. Rosolarsi nel sole cocente. Le dita del buttafuori squarciate da tagli nei tagli mosse da un corpo gonfio arrovellato nelle budella del terreno. Arpiona e gratta con le unghie lerce la mia carne bruna senza sangue e senza peso, il porco buttafuori. Nessun sesso o sentimentalismo umanoide di ritorno dalle vacanze per lui. Io sono il fulmine ovunque, la deferenza. Nutro un profondo rispetto per l'instabilità umana! Inventariami. Cigola rissoso budelloso e fangoso, orticaria sei presente sempre, sempre io sono il fulmine. Scheggia… padre fatto e madre tume-fatta... bisogna spendere l’indicibile, l’indecoroso capitale d’ignoranza al mercato rionale… siderali distanze umorali ci separano, dunque attendi?... che non spande, chi non spende. Chi non c’era, non si è mai presenti comunque… alla corda e alla gogna. I volti compressi sul puro buio… ho occhi conficcati da coltelli… uno sguardo da cani. Anzi no, niente affatto! Un sguardo da occhi che una luce guarda… un luccichio… stelle di pece scuro… elogio sotto costo dell’am-more… rosso rubino grumoso le orbite simili ai vermi grassi contorti dalla loro stessa vita… trottole fuse nella terra smossa del giardino della Disco… fiato perso mai più trovato… io sono il fulmine e corro agile tra gli alberi fino a cascare sulle mie ginocchia in lacrime prendendo a pugni la porta della mansione e nessuno a stringermi a capire la mia precoce paura di . Mi hanno dovuto otturare il cuore per sopravvivere allo schianto fuori dall’inguine”. Chiaramente frutto di una mente malata. Il nostro Desiderio è che qualcuno si prenda cura della sua mente malata. Caso risolto.
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